Amo il traffico

Torno adesso da un giro nelle picole città dell’Emilia e delle Marche, una piccola derivata dell’appuntamento a Reggio Emilia per l’organizzazione degli Stati generali della Bicicletta e della mobilità strafica.
E ho ricordato una cosa: in piccole città con poca gente non ci voglio vivere. Sono un animale urbano. E adoro Roma anche per la sua capacità di attrarre e accogliere milioni di persone da ovunque.

Per questo non sopporto di vederla ridotta così. Svilita e violentata da una mobilità insensata, sia personale sia collettiva. Ridotta ad un enorme garage o a un gigantesco autodromo. Provo rabbia per ciò che le macchine hanno fatto alla mia città. Le voglio fuori dalla città.

Ma amo il traffico: quello fatto di persone, a piedi o in bici. Mi piace vedere gente. Il grande equivoco dei nostri tempi è pensare che “traffico” equivalga a file di macchine, ingorgo di macchne: macchine. Anche questo ci hanno rubato. Provate a fare una ricerca web con questa chiave: escono solo link a problemi di viabilità veicolare. Il dizionario etimologico invece racconta un’altra cosa, e [sintetizzo] lo definisce come “modo, atto del trafficare”. Trafficare ha radici antiche (esiste anche l’arabo “tafriq”, distribuzione) e molto discusse, mi dice il dizionario. Che, gratta gratta, arriva ovviamente al latino “trans facere”, ovvero fare in movimento (essenzialmente: l’essere specie umana). Affascinante, per i miei scopi, il catalanismo “transfaecare” che anche se sembra brutto significa “travasare liberando dalla feccia”. A lungo sia il verbo sia la sua sostantivizzazione sono stati equivalenti al commercio. Questo mi piace meno, ma sfido chiunque a dire di non aver voluto passare per i mercatini di cibi o oggetti, traendone piacere. Sinonimo, insomma, di una certa vitalità.

Nulla a che vedere con l’oggi e la dittatura delle automobili.
Sogno Roma piena di traffico, ma di quello vero e vitale: gente che si incontra, che si parla per interesse o piacere, che riempie strade e piazze.
Nelle piccole città che ho visitato (oltre a Reggio, sono passato da Faenza e Senigallia) il vuoto di persone mi ha sconcertato. Sono serene dal punto di vista veicolare e stradale, ma assommano uno strano vuoto che non mi è proprio. Anche i punti di aggregazione mi sembravano scarsamente trafficati, nel senso che intendo io.

Lo slogan della Critical mass, “noi non blocchiamo il traffico, noi siamo il traffico”, ha indicato la strada da percorrere: vivere liberamente e con gioia le nostre città, ma senza veicoli. Quello slogan non è stato approfondito e reso leva politica, ma ha comunque indicato il cammino: noi dobbiamo trasformare le nostre città, che in qualunque caso e futuro saranno comunque grandi aggregazioni di umani. Spesso gli sciocchi identificano il ciclista con l’ecologista (lo è, ma è solo una derivata), peggio ancora con l’ecochic o l’ecofricchettone, e gli dicono sprezzanti “se vuoi la campagna vacci a vivere” (sottinteso: e non rompere qui. E spesso neanche sottinteso).

No: noi rivogliamo la città, puramente e semplicemente. La rivogliamo nostra, nostra di tutti ma non con le macchine. Venezia è trafficata, ed equivale all’incirca a tutto il centro storico romano: a Venezia tutti vanno a piedi o in vaporetto, pochi hanno il motoscafo: qual’è il problema? Voglio la mia città bella com’è davvero, trafficata ma solo da noi umani. La città è la nostra tana, non quella delle automobili. Amo il traffico umano, voglio vedere la fine di quello motorizzato.