Casal Palocco a via Urbana (il disagio)

Via Urbana pedonale, c’è un’evoluzione negativa. Ve la racconterò tra poco, ma prima vorrei che guardaste questo bel brano tratto da Caro Diario, di Nanni Moretti. Un film che ha ormai una ventina d’anni ma è più che mai attuale, in una Roma rattrappita e chiusa su sé stessa. O, almeno, una parte di Roma.

Dunque: ieri, su mia richiesta, è venuta per un confronto/sopralluogo sulla via che vorremmo finalmente liberata dalle auto un’assessora del primo Municipio, Anna Vincenzoni. La notizia del suo arrivo si è sparsa (meno male, aggiungo) e all’incontro hanno partecipato un gruppetto di residenti della via, circa 8, preoccupatissimi per la possibile pedonalizzazione: alcuni proprio infuriati.

Si è così creata un’assemblea spontanea cui hanno partecipato una trentina di persone, tra cui qualche consigliere comunale anche di opposizione. L’occasione dunque ha avuto ancora più valore.

Meno valore invece, al netto delle menzogne e dei tentativi di sviare il discorso dall’argomento, gli argomenti addotti: il più ridicolo di tutti è “Roma non è Copenhagen”, frase appesa al nulla e che niente significa (a parte il fatto che Roma semmai è meglio di Copenhagen); il meno ridicolo, ed è tutto dire, è stato “se pedonalizziamo poi viene la movida/aprono i bangladesh che vendono le birre”. In mezzo di tutto: accuse personali -infondate-, commenti saccenti vista la mia presenza (“e sì, mo’ tutti in bicicletta”), addirittura “m’hanno rigato la macchina”.
Ognuno dei fieri oppositori sosteneva di non parcheggiare sulla via (mentre io so che ognuno lo fa), di volere la sicurezza per i pedoni “ma non si fa con la pedonalizzazione”.
Insomma il disagio middle class reso evidente.

Ed è lì che mi è venuto in mente il brano di Caro Diario: diceva l’allora splendido quarantenne “[….] sento tutto un odore di tute indossate al posto dei vestiti, un odore di videocassette, cani in giardino a fare la guardia e pizze già pronte dentro scatole di cartone”. Il rinserrarsi, voleva dire, dentro le proprietà, separati gli uni dagli altri, centinaia di esistenze monadiche scollegate dalla vita del quartiere nato a ridosso di Roma.

“Eppure Roma era bellissima negli anni ’60, perché ve ne siete andati?”, dice Moretti a un occasionale passante (che ha in mano due Vhs).

Ecco: Roma era bellissima e la rivogliamo bellissima. Ma adesso è la casalpalocchitudine sbeffeggiata da Moretti a essere venuta a Roma, anche nel suo cuore più profondo: la Suburra.

Il dentro astioso verso il fuori, il rinserramento invece dell’apertura, una socialità rivolta altrove e un desiderio di solitudine. E il garage per la vettura: sì, perché al fondo di ogni opposizione alla pedonalizzazione aleggia il non detto, il mai detto per non mostrarsi per ciò che si è: un/a egoista. “Voglio la macchina sotto casa”. 

E questa è la vera, l’unica, ragione del no!.

 

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