Sul Vigorelli incombe l’ombra del modello Milano

Mancavo da Milano da qualche tempo e pochi giorni fa una combinazione di circostanze mi ha rapidamente scaricato in città nell’area della Fiera. Ne ho approfittato per andare a vedere come andavano le cose anche stimolato dalle recenti indagini sullo sviluppo urbanistico; ma in realtà seguendo percorsi miei legati alle cose di bici. Per forza di gravità quindi vado quasi subito al Vigorelli, che per chi non lo sapesse è il più bel velodromo forse del continente, costruito nel 1935, teatro di imprese epiche davanti a migliaia di spettatori urlanti. La sua pista è considerata la superficie più veloce di ogni epoca del ciclismo, la pendenza delle due curve è fuori standard anche per un felice sbaglio progettuale che ha portato l’inclinazione a 42°: sono due muri, ci si può appoggiare con le mani.
Per arrivarci sono passato attraverso City Life, simbolo della trasformazione verticale di Milano. E all’improvviso ho sentito potente il senso di accerchiamento, quasi assedio, che quella trasformazione proiettava sull’ovale del 1935. Si tratta di sensazioni forse indotte dalla riflessione pubblica sul senso delle modifiche, spinte e veloci, che la città sta vivendo -subendo?- non solo urbanisticamente ma nel suo stesso senso. In quel quadrilatero è rimasto un solo lato quasi intatto come compattezza urbanistica e questo comprende il velodromo, che ora rappresenta il primo confine tra la città verticale e quella orizzontale. Un confine che ho vissuto anche come culturale.

Non è possibile visitare il velodromo: gestito da Milano Sport, la Spa del comune che ha in mano gran parte degli impianti sportivi, mostra tutti i suoi cancelli chiusi. Esiste solo un luogo fruibile ed è un nuovissimo spazio della Specialized, lo chiamano flag store, nei vecchi locali della palestra di boxe Ravasio: ci fu girato Rocco e i suoi fratelli. C’è anche un’esposizione di mezzi, l’unico da pista è la bici con cui Paolo Bettini vinse una Sei Giorni nel 2007. A breve però riaprirà lo storico laboratorio di Faliero Masi grazie a un giovanissimo telaista allievo di Masi figlio e di Pegoretti, Simone Tombino, che ha rilevato interamente a sue spese ristrutturazione inclusa, senza un euro di aiuto pubblico, marchio e bottega.

Di fronte, gli spazi di City Life sono interamente fruibili e pieni di luoghi dove mangiare e bere e fare shopping.

Il Vigorelli, salvato dalla speculazione dal vincolo dei Beni culturali nel 2013, ci ha messo anni per essere ristrutturato -male, ci sono locali in cui piove dentro- come onere di City Life, mentre di fronte dal 2023 sta crescendo un altro edificio, CityWave, a vista d’occhio.

Ho immaginato lo scenario futuro: la voracità del modello Milano inghiottirà il Vigorelli, ne ha tempo e mezzi. I vincoli possono magicamente sparire, S.Siro sta facendo da apripista. Basta continuare a tenerlo chiuso -tranne per manifestazioni a pagamento e due giorni a settimana, quando possibile, per la scuola di bici-. Sarebbe facile: per esempio far slittare la manutenzione annuale della pista, in modo da far saltare a turno le stagioni regine: primavera e autunno. Dopo sarebbe semplice dire “Visto? Non ci vanno, che lo teniamo a fare? Trasformiamolo”.

E’ solo un esercizio di fantasia, il mio. Ma vi assicuro che in un paio d’ore mi sono passati davanti agli occhi scenari come questo e qualcuno anche peggiore. Da un lato la gestione vorace, dall’altra quella sociale. Bisogna solo stabilire quali siano i veri valori di Milano.

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