Sta spuntando in Italia un nuovo tipo di attivismo: quello automobilistico. Fenomeno non del tutto nuovo: già nel secolo scorso qualche furbacchione aveva presentato in diverse competizioni politiche il Partito dell’Automobilista, al grido di siamo in tanti, ci uniamo e prendiamo il potere anche in Parlamento. Naturalmente non funzionò. Adesso invece un movimentismo dal basso, imitando un po’ i tanto vituperati centri sociali persino usando cartoni e pennarelli per improvvisati cartelloni, sta prendendo piede qui e lì, e il bersaglio principale sono le nuove ciclabili urbane finanziate dal Pnrr. L’odio dell’automobilista per lo spazio che gli si sottrae non è nuovo, anzi è perenne, ma se prima le motivazioni proposte erano varie e tutte eludenti il vero motivo, adesso finalmente s’è fatta chiarezza: “non vogliamo la ciclabile perché ci leva i parcheggi”. Viva la sincerità.
Qualcosa però è cambiato rispetto al secolo scorso: se allora la logica era ancora un valore, oggi sembra essersi ribaltato il paradigma e la logica è diventata un intralcio. Io ci sono ancora legato e questo mi porta a volerla usare per districarmi nelle letture delle varie realtà, quindi vorrei rimettere un po’ i puntini sulle i.
Cominciamo da un fatto che a qualcuno potrà sembrare spiazzante ma non è un paradosso: neanche noi ciclisti vorremmo le ciclabili. Sono dei recinti, la normativa ci obbliga a percorrerle quando sono in sede propria cioè separate dal resto del flusso di traffico (non sono obbligatorie quando sono classificate ciclopedonali) ma sono poche. In realtà a noi serve la strada, che nella sua capillarità ci porta ovunque nell’ordinarietà quotidiana. Personalmente le uso solo se mi convengono, altrimenti faccio il mio percorso come chiunque altro, devo solo stare attento a non scontrarmi con mezzi letali.
E invece le ciclabili, in questo momento di transizione tra il vecchio modello di mobilità e quello nuovo che fa privilegiare lo spostamento conveniente più che il mezzo su cui farlo, hanno la loro utilità. Ma perché? Qui interviene la logica: servono perché altrimenti gli automobilisti ci mettono sotto. Dopo il Covid le abitudini si sono polarizzate: da un lato più bici, in particolare elettriche, in strada, dall’altro un maggior incrudelimento al volante. E aumentano anche le auto: a Roma +2,3% automezzi privati in strada nell’ultimo rilevamento. Sono 677 virgola qualcosa auto per 1000 abitanti, la densità più alta d’Europa. Manca lo spazio ed ecco il fenomeno No Ciclabili nascere. Fratelli d’Italia della capitale ha tirato su oltre 60 gazebo sparsi in città per firmare contro le ciclabili, e una loro senatrice ha agitato contro il sindaco il manganello di un progetto di legge. I Pro Ciclabili stanno organizzando una manifestazione per l’11 ottobre. Ma nessuno di questi mette in campo un argomento semplice: è l’abuso di automobile, e l’esistenza stessa delle auto libere di fare tutto e andare ovunque, a produrre la necessità di ciclabili.
Quasi tutte le nostre città sono antichissime e hanno già una rete viaria consolidata, basterebbe quella. Salta subito fuori l’apparente paradosso: coloro che protestano, raccolgono firme e appendono cartoni alle reti dei cantieri chiedendo il ritorno dei parcheggi sono i veri genitori delle piste separate che loro osteggiano. Senza le loro sciagurate abitudini di spostamento e poi di fermo del mezzo, ritenuto un diritto costituzionale, non ci sarebbe alcun bisogno di spendere soldi per fare percorsi protetti, saremmo tutti più liberi e non recintati, e non bisognerebbe andare a bussare all’Europa per favorire abitudini di spostamento più sane; inoltre la manutenzione stradale costerebbe immensamente meno e lo spazio pubblico potrebbe essere meglio utilizzato, per esempio rendendolo permeabile e ombreggiato. Invece la pantera grigia che appende cartelli ProParking ci costringe, tutti, a insaccarci dentro la suddivisione centimetrica delle strade. Non può funzionare.