Non passa giorno senza che arrivino notizie di morti in scontri stradali, una striscia continua di sangue che sembra non avere fine né argine. I numeri sono importanti (“con i numeri freghi tutti”, mi diceva in epoca di logica ancora vigente uno dei miei maestri di giornalismo, che era laureato in statistica), parlano chiaro e sono confutabili solo dagli idioti o dai malfattori. Ma non bastano a spiegare cosa sta accadendo con sempre maggiore frequenza sulle strade delle nostre città.
Sono oltre due decenni che mi interrogo su come sia possibile non capire che in strada gli incidenti non esistono, perché la ripetizione costante di un evento non può essere chiamata incidente. Dalla Treccani alla voce incidente: “Avvenimento inatteso che interrompe il corso regolare di un’azione; per lo più, avvenimento non lieto”. Qui fa comodo tornare ai numeri: i dati statistici (arco temporale 2014-2023) parlano di quasi 1,7 milioni di “incidenti” in 10 anni, tra gli oltre 160.000 e i 170.000 all’anno, forchetta esigua; solo nell’anno del Covid sono scesi a poco meno di 120.000. Si può parlare di dato strutturale. E anche iniquo: gli scontri mortali o lesivi, che sono nella massima parte causate dall’uso di mezzi pesanti lanciati la cui forza d’impatto è la madre del sangue, coinvolge i pedoni in una quota che non esce mai dalla forchetta 10-11%. Nel 2023 tra morti e feriti si è arrivati a 18.483. Si muore anche in macchina, che è sì più sicura grazie all’armatura che imbozzola l’umano ma che allo stesso tempo ti fa percepire meno il rischio di servomeccanismi e velocità assunta come valore assoluto. Solo a Roma siamo arrivati a 9 morti nei primi dieci giorni di novembre.
Se finora ho parlato di effetti terminali la cui gravità è innegabile, non per questo il resto della circolazione in strada assume caratteri di ragionevolezza. Spostamenti limitati e solitari su mezzi pesanti, ingombranti: e costosi tanto che si fa affidamento su questi per calcolare il proprio regime di vita economica; città masticate in ogni modo dalla loro invasiva presenza; strade rovinate e riparate grazie alla fiscalità comune, un fiume di soldi buttati; comportamenti al limite della psicosi: a tutti sarà capitato di vedere vetture che corrono per fermarsi al semaforo di fronte a loro, una compulsione inspiegabile; reazioni scomposte a qualsiasi tentativo di critica fino all’aggressione (me lo raccontano le mie amiche, soprattutto: ed ecco anche lo squallore della violenza maschile). In qualsiasi persona equilibrata sorgerebbe il dubbio che se ogni giorno lungo lo stesso percorso fai inesorabilmente la coda qualcosa non va e dovresti cambiarla: e invece no, ogni giorno la coazione a ripetere, e a tirar giù calendari contro il destino avverso senza mai sospettare la causa dell’avversità, ovvero un sistema scomposto, mortale e diseconomico.
Decenni, dicevo, che mi domando perché ci siamo ridotti così. L’unica risposta che ho finora trovato è che a prevalere sia l’egoismo accoppiato a una scarsa immaginazione, e nessuna capacità di imparare dai propri sbagli. Lo scatto negativo che vedo in questa condizione che sembra girare in tondo dagli anni ’80 è l’accresciuta indifferenza verso l’altro da sé. I morti non sconvolgono, “basta che non capiti a me o ai miei cari”. Un’indifferenza anche proattiva: nella mia città cresce il fastidio per ogni cosa limiti l’uso dell’automobile. Che si tratti di piste ciclabili o Ztl, non importa se il limite sia espanso nello spazio, nel tempo o nelle categorie di veicolo. Istituzioni? Quando va bene non pervenute, poi c’è Salvini ad abbassare la media.
Domenica prossima a Roma FdI ha organizzato -non ridete, è vero, sto per citarvi il volantino che gira sui social- una “Sfilata in macchina. Partecipa con la tua auto”, con partenza da un capo della città e arrivo all’altro in direzione sud-nord. Lo slogan è “No Ztl, No ciclabili inutili, No città 30 senza criterio”. A suo modo geniale, perché ogni automobilista circolante lungo il percorso dalle 16,30 può venire serenamente aggiunto alla conta dei manifestanti dal furbissimo partito di destra.